Il mostro in prima pagina

"Page One" è la storia di due giornalisti: il primo è un signore che parla come se avesse una lima incastrata in gola e cammina come il Golem di Meyrink, ha cresciuto da solo due gemelle, vive fuori città, ha avuto un tumore, ha passato una buona fetta della sua vita a farsi di crack e ha scritto un libro inchiesta su una brutta storia di droga e perdizione nella periferia di Minneapolis, la sua. Quando ha presentato il libro allo show di Stephen Colbert la prima domanda suonava così: “Sei un ex tossicodipendente e un giornalista del New York Times: quale delle due attività è più dannosa per la società?”.
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"Page One” è la storia di due giornalisti: il primo è un signore che parla come se avesse una lima incastrata in gola e cammina come il Golem di Meyrink, ha cresciuto da solo due gemelle, vive fuori città, ha avuto un tumore, ha passato una buona fetta della sua vita a farsi di crack e ha scritto un libro inchiesta su una brutta storia di droga e perdizione nella periferia di Minneapolis, la sua. Quando ha presentato il libro allo show di Stephen Colbert la prima domanda suonava così: “Sei un ex tossicodipendente e un giornalista del New York Times: quale delle due attività è più dannosa per la società?”. Lui risponde con grande ironia, cioè seriamente: “A livello di tossicità, fumare crack è un po’ peggio”. “Ci sono delle similitudini fra la tossicodipendenza e il giornalismo?” “Entrambe sono attività molto ripetitive: i giornalisti si alzano la mattina e devono trovare una storia, così come i drogati devono trovare una dose”. Alla festa per i suoi trent’anni portati male indossava una maglietta con la scritta: “Sono un amico intimo di David Carr”. Il suo nome è David Carr.
Il secondo giornalista si chiama Brian Stelter, ha le sembianze di un giovane umano sovrappeso ma è in realtà “un robot assemblato nello scantinato del New York Times” per distruggere il suo anziano collega. Il Times lo ha notato per la sua rubrica sulla televisione nel sito Mediabistro, il sito in cui tutti i giornalisti americani contemporaneamente sperano e temono di essere citati. Ciriticava con piglio maniacale qualunque notizia passasse sugli schermi americani e mondiali: notava tic, ricorrenze, favori, esponeva gli errori più grossolani al pubblico ludibrio e spiegava con fonti di prima mano le logiche nascoste dei grandi network. Al Times sanno bene che uno così è meglio averlo nella propria squadra. Stelter ha sulla scrivania due computer, una televisione, vari telefoni e nemmeno una penna e un foglio di carta. E’ la persona più accessibile di New York. In ogni social network si trova il suo profilo e nel suo profilo si trovano facilmente i suoi contatti, numero di cellulare in testa. Quando si chiacchiera con lui al telefono sembra di scoprire per la prima volta il multitasking: mentre parla, Stelter manda messaggi su Twitter, posta cose sulla bacheca di Facebook, mangia i cibi prescritti dalla sua dieta (quella che ha postato su Twitter) e se finge di ascoltare l’interlocutore è un buon attore. Il suo rifiuto di parlare di “Page One” con il Foglio è cordiale ma senza appello. Ha un sito personale pieno di contenuti ma con una scatola web vuota e minimale, uno spazio bianco in cui si trova tutto ciò che serve. L’opposto della logica dell’affastellamento dei non nativi della rete, specie quelli che a quarant’anni suonati si autoproclamano tribuni di Internet. Non molti sanno che Brian Stelter è il giornalista che ha dato per primo la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden in quei minuti e poi ore di apnea che hanno separato l’annuncio della Casa Bianca di un messaggio del presidente e il famoso discorso di Obama. Tecnicamente non è stato Stelter a produrre la notizia, a scovarla di prima mano, ma Keith Urbahn, uomo di Donald Rumsfeld ai tempi del Pentagono, che l’ha scritta su Twitter. Ma sarebbe passata inosservata se il grande occhio di Stelter non l’avesse immediatamente ritwittata per i suoi 60 mila follower fidelizzati. Ci ha messo contatti e reputazione, Stelter, e la notizia ha preso il volo nel giro di qualche minuto. Quella del calcolo al secondo, della reputazione su Twitter, dei lettori che ti seguono qualunque cosa tu dica e faccia può sembrare una logica da nerd paranoici, ma Stelter è la testimonianza vivente che in qualunque modo si chiami è giornalismo.

Entrambi i giornalisti lavorano al New York Times, nello stesso settore, quello che si occupa di osservare i media. Dato che il regista di “Page One”, Andrew Rossi, è a sua volta un giornalista, il genere è quello del meta-meta-giornalismo: un documentario giornalistico che parla di giornalisti che scrivono di giornalisti. In teoria “Page One” è un film sul New York Times, ma non c’è il respiro di un romanzo-inchiesta di Gay Talese (che pure compare fra le varie interviste con il colletto della camicia a contrasto), non c’è l’ampiezza della redazione imponente, la vita che brulica negli angoli, le trame di potere nella stanza dei bottoni. Le scenografie che si alternano sono soltanto tre: la vita del settore media, la riunione dell’ufficio centrale dove si decide la prima pagina (e dove il direttore, Bill Keller, ascolta le proposte e poi ammannisce la sua lista di “I like” senza guardare in faccia nessuno), e infine le interviste fuori dal palazzo sull’Ottava.

Rossi ha seguito con telecamere e microfoni la vita della redazione per tutto il 2010, questo significa che quando ha messo piede lì dentro dovevano ancora succedere parecchie cose decisive tipo il cambio del direttore, l’introduzione dei contenuti a pagamento sul sito, il fenomeno Wikileaks. Nel settore della redazione in cui Rossi è stato embedded c’era anche Jill Abramson, allora numero due del giornale affidata agli uomini del comparto media per imparare come giravano le cose là fuori in vista di incarichi pù complessi. Abramson è la prima donna in 160 anni di onorata storia a essere nominata alla direzione della “signora in grigio”, ma la sua faccia compare soltanto ai margini di “Page One”. Carr e Stelter sono la rappresentazione plastica di due generazioni di giornalisti: una insegue per uccidere, l’altra scappa per sopravvivere. Una gira in macchina alla ricerca delle fonti da incontrare, l’altra non si schioda mai dalla scrivania. Una guarda Twitter come a un collega che potrebbe rubarle il posto, l’altra non saprebbe come fare giornalismo senza cinguettare continuamente. In questo senso “Page One” è un film generazionale: c’è la fine di un’epoca, l’inizio di un’altra e anche la riconciliazione fra le due, condensata nella scena in cui Stelter mostra l’iPad al vecchio Carr. Mentre gli insegna a sfogliarlo, gli mostra le application e lo convince che il suo lavoro di cronista inossidabile ne trarrà un sacco di vantaggi, Carr dice: “Sai che cosa mi ricorda quell’affare?”. “No”. “Un giornale”. Quando realizza che la realtà digitale imita la realtà come la conosceva, Carr si iscrive al club degli smanettoni che fino a quel momento aveva considerato la criptonite dei supergiornalisti. Oggi ha 300 mila follower su Twitter, cinque volte di più di quelli del robot assemblato per ucciderlo.

Quella di fare entrare le telecamere nel New York Times è stata una scelta calcolata del direttore, Bill Keller, che al regista ha detto: “Sono orgoglioso di quello che fanno i miei redattori, e vorrei che il mondo potesse vedere il loro lavoro”. Keller ha accettato di fare entrare le telecamere nel palazzo di Renzo Piano anche con l’idea di redimere gli anni in cui il New York Times ha sperimentato cadute che ne hanno ammaccato la reputazione. C’è il caso di Judith Miller, la cronista che nel 2003 scriveva articoli ispirati dalle fonti dell’Amministrazione Bush a proposito delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein; Miller è stata aggredita dalla collega Maureen Dowd sulle pagine dello stesso giornale e infine tutto l’ufficio centrale, compresa Abramson, si è allineata contro Miller in una lotta intestina senza precedenti. Poi è arrivato il giovane Jayson Blair, talento cristallino per la scrittura nel genere fiction, dato che i suoi articoli erano copiati dalla stagista che aveva passato l’estate con lui al New York Times prima di passare al San Antonio Express, oppure invenzioni di sana pianta. Per il caso Blair il direttore del giornale Howell Raines ci ha rimesso il posto, mentre il giovane redattore è stato cacciato a pedate non solo dal Times ma dall’orizzonte del giornalismo: ora è in Virginia a fare il “life coach”, qualunque cosa voglia dire. Il lato scandalistico e oscuro dell’istituzione che ha fatto della schiena dritta e della trasparenza la leva della superiorità morale affiora appena nel documentario di Rossi: Miller dice che non sapeva che le sue fonti mentivano, di Blair si parla appena, le dimissioni frettolose di Raines appaiono rapidamente assieme al lunghissimo articolo di ammenda per le bufale propugnate ai lettori, un genere mai sperimentato nella pure correttissima sezione delle “corrections” del giornale. A ritornare in modo quasi ossessivo è invece la figura di Julian Assange e gli affari del Times con Wikileaks. Quando Stelter intervista al telefono il canuto australiano facendogli dire che si sente più un attivista che un giornalista, l’ago del giudizio sembra pendere dalla parte dell’ammirazione: il lavoro di Wikileaks si presenta in qualche modo come il futuro di un giornalismo capace di uscire dai confini polverosi della redazione per diventare un grilletto che non è alla portata delle dita del potere.
Dall’altra parte, si insiste che l’esposizione nuda e cruda dei segreti del governo è un genere che soltanto un giornale con la reputazione e la professionalità del Times può maneggiare con la cura necessaria. Ci si dilunga sui Pentagon Papers, glorioso scoop sui segreti del Vietnam ottenuto grazie ai leak di Daniel Ellsberg e sbattuto in prima pagina dal Times con conseguenze mitologiche per il giornalismo americano. Non si parla invece del lungo ritratto con cui il giornale ha sfottuto Assange dopo la prima delle operazioni rivelatrici condotta in partnership con il Times. “Il New York Times ha parlato con decine di persone che hanno lavorato con lui in Islanda, Svezia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti. Quello che è emerso è un ritratto del fondatore di Wikileaks come un innovatore e una figura carismatica, ma anche come una persona per cui la fame di celebrità si è accompagnata con uno stile dittatoriale, eccentrico e capriccioso”, si legge nell’articolo. Da quel momento il giornale più prestigioso del mondo non ha più ricevuto i segreti di Wikileaks per volontà di Assange, ma lo stesso ha continuato a pubblicarli grazie alla sponda dei giornali che ancora non avevano perso la fiducia del grande spifferaio e che avevano interesse a ungere i propri rapporti con la signora in grigio.

Come Assange ci era rimasto molto male quando aveva letto un ritratto che aveva immaginato scritto a caretteri dorati, una specie di incoronazione da parte della vecchia stampa in procinto di redimersi, così Andrew Rossi se l’è presa per come “Page One” è stato trattato dallo stesso New York Times. Con il solito senso per l’imparzialità, il Times ha chiesto a un collaboratore esterno di recensire il documentario e così il critico televisivo (e commentatore politico) Michael Kinsley si è cimentato in un’impietosa opera di decostruzione. “Dopo aver visto ‘Page One’ non so molte cose in più sul New York Times. Il film diretto da Andrew Rossi è, in una parola, un casino”. Qualunque pranzo inizi con un aperitivo del genere non può che finire in tragedia: Kinsley se la prende con le inquadrature, con il plot, con il metodo di realizzazione, con lo zoom troppo puntato su un piccolo aspetto di una grande azienda, ma soprattutto con lo scopo generale del film. Per il recensore non è un documentario sul New York Times, ma un’ossessione senza costrutto sulla fine del giornalismo come lo conosciamo. Le ultime parole sono: “Il Times merita un film migliore, e così anche voi. Guardatevi un’altra volta ‘La signora del venerdì’”. All’apertura newyorchese di “Page One”, Rossi s’è lasciato andare: “Sono deluso dal fatto che la persona scelta non è un critico cinematografico ma una persona che ha motivi personali per essere critico sulle idee. Non penso che una recensione del genere rifletta i valori del giornalismo di qualità”. Le reazioni scomposte sono spesso l’indicatore che la critica ha colpito dove faceva più male. Lo stesso regista spiega che l’idea del documentario è nata nella primavera del 2009, quando il Times è entrato, assieme all’industria giornalistica americana e mondiale, in un periodo di profonda crisi: “Diversi osservatori molto attenti dicevano cose molto dure sul futuro dei giornali: ‘Non c’è bisogno di avere una newsroom e una sezione di opinione sotto lo stesso tetto. E’ troppo costoso mantenere una redazione’. Immediatamente sono rimasto colpito dal fatto che queste osservazioni potevano essere sbagliate o parziali. Ho capito che questo modo di ragionare sul mondo dei media avrebbe potuto avere delle conseguenze. Una parte del motivo per cui ho voluto fare questo film è per fare la parte dell’avvocato del diavolo in questa disputa in cui sembrava prevalere l’idea che i nuovi media potessero essere una panacea di tutti i mali della carta, che un modo di fare informazione stesse morendo e che fosse giusto lasciarlo morire”.

Nel “casino” di Rossi ogni personaggio è costruito per trasformare la crisi in cambiamento, per mostrare che il leone di Internet può dormire assieme all’agnello della carta e quindi evitare di essere sgozzato sull’altare per placare l’ira degli dei del blog e di Twitter. Carr è il vecchio cronista che accetta le nuove piattaforme; Stelter è il giovane nerd che conduce tecnologicamente il suo mentore ma lo segue scrupolosamente quando si tratta di imparare come far collassare l’editore Tribune con un’inchiesta alla vecchia maniera o di mettere in difficoltà i capi fricchettoni del magazine Vice con un’intervista. Tim Arango è il deskista che viene preso dal settore media e mandato a dirigere l’ufficio di Baghdad, uno di quei lavori costosi che nella poetica della crisi dei media dovrebbe essere tagliato all’istante. Sopra di loro aleggia il caporedattore, garante della qualità che va alla riunione della prima pagina per difendere davanti ai capi le idee dei suoi ragazzi. Certo: ci sono la vendita del glorioso palazzo, i licenziamenti in lacrime, i rimpiazzi di lavori obsoleti, lo snellimento della redazione, la chiusura di uffici impossibili da mantenere, i ragionamenti disperati sul paywall e tutto il resto, ma nessun desiderio di morte verso quel mondo che il New York Times rappresenta. La settimana scorsa il Guardian ha annunciato che investirà innazitutto sull’online e sarà qualla fetta di business a tirare avanti la carta: segno di un problema che tutti i giornali del mondo si stanno ponendo in modo ancora più urgente da due anni a questa parte prendendo strade diverse, a volte vicoli ciechi, ma non ha il sapore di una sconfitta su tutta la linea.
In un certo senso “Page One” è la risposta non ufficiale a un famoso articolo di Michael Hirschorn apparso sul mensile Atlantic nel 2009: Hirschorn diceva che il New York Times avrebbe chiuso nel giro di quattro mesi e che quello sarebbe stato “un momento sentimentale e un brutto colpo per il giornalismo americano. Un disastro? Nel lungo periodo forse no”. Una cosa è ammettere e descrivere la crisi e il cambiamento dei media – cosa che hanno fatto molti osservatori anche in Italia, da Vittorio Sabadin con “L’ultima copia del New York Times” fino a Massimo Gaggi e Marco Bardazzi nell’ “Ultima notizia”, titoli uniti dall’inquietante aggettivo – un’altra è dire che l’estinzione dei giornali è qualcosa di desiderabile. Nel tentativo di Rossi gli elementi e le passioni si danno mescolati in un tutto che non brilla, come del resto non brilla il materiale redazionale che il regista si trova a lavorare. Brillano invece i singoli: Stelter è l’uomo del futuro, Arango è quello che manda i dispacci dal fronte, l’ufficio centrale è la garanzia che il giornale non si trasformi in un bazooka lasciato nella mani di un bambino. Carr incarna il romanzo stesso del giornalismo, con le burrasche, i tic e la genialità che danno sapore al mestiere. Vederlo in azione sullo schermo fa dire anche al più cinico degli osservatori che in fondo del New York Times e dei suoi cuccioli di carta sparsi nel mondo si sente ancora il bisogno.